Paula ha quindici anni e vive alla periferia di una cittadina nel nord della Norvegia con i compassati genitori, la diligente sorella maggiore Elisabet e il timorato fratellino Lasse. La sua quotidianità è scandita da abitudini apparentemente rassicuranti e immutabili: i pasti consumati insieme, i compiti, le sciate nei boschi d’inverno, le biciclettate in primavera, le vacanze estive sempre negli stessi due luoghi, oltre a quei valori religiosi che la sua famiglia, cristiana e rigidamente osservante, deve seguire.
Tutte le domeniche sempre uguali, ed era proprio la mancanza di cambiamento a essere così bella. Non doveva succedere nulla che potesse rovinare il modo in cui loro cinque vivevano insieme, era questo quello che Paula chiedeva a Dio quando le capitava di pregarlo, che stessero sempre insieme e crescessero lentamente come facevano gli alberi secolari, la cui vita pareva non finire mai.
Attorno alla sua vita ruotano poche altre persone: i nonni paterni, che a ogni visita appaiono più rimpiccioliti dalla vecchiaia; la severa nonna materna, fervida credente figlia del pastore-poeta, un famoso predicatore; e infine la sua colonna portante e migliore amica Karen, con la quale trascorre ogni minuto libero e si scrive appena sono lontane.
L’esistenza di Paula rappresenta per lei una certezza, almeno finché un giorno non trova le lettere della madre alla nonna e subito si rende conto che qualcosa non torna. Sua mamma, infatti, descrive la loro vita familiare edulcorando gli avvenimenti, tacendo le difficoltà, modificando la realtà, bugie su bugie per soddisfare le intransigenti aspettative materne.
Per ragazza è un trauma, non solo perché capisce che gli adulti, a partire dai suoi genitori, possono mentire, ma che possono essere anche contraddittori, spesso incapaci di vivere secondo i valori che proclamano. E comprende che la religione può trasformarsi in un sistema di controllo.
Paula comincia a osservare i grandi con occhi diversi, ne studia il comportamento e il contesto che lo determina. Quello che prima le sembrava normale ora le risuona come una continua rinuncia: alla spontaneità, al desiderio, alla passione, alla possibilità di essere davvero se stessi.
[…] forse era già troppo tardi e la sua esistenza sarebbe stata una continuazione della loro? Aveva la vita davanti a sé, lo sapeva, ma quella certezza la conduceva sempre più vicina a un confine. Venne sopraffatta da una sensazione di rottura, come se quella fosse la prima sera dell’inizio di un viaggio molto lungo, e così fu.
A differenza della sorella maggiore, piegata ai valori e alle regole della famiglia, Paula inizia così a prendere le distanze, rendendosi conto delle poche attenzioni che le vengono riservate, del linguaggio condiviso dalla madre e dalla sorella, che è lo stesso della madre e la nonna, un loro modo di stare al mondo, dal quale lei viene esclusa perché non lo comprende. Si domanda quanto della vita dei genitori sia stato sacrificato per conformarsi alle aspettative degli altri e apparire rispettabili. In particolare si interroga sulla madre, sulla sua necessità di inventare un’esistenza tanto lontana dalla propria, probabilmente perché quella che ha per lei non è abbastanza.
[…] la vita interiore della mamma era piatta come la sua scrittura, la lingua era morta perché la mamma era disinnamorata del mondo?
Vigdis Hjorth, con il suo nuovo romanzo “Quindici anni” (pubblicato in Italia da Fazi dopo “Ripetizione” uscito nel 2025), torna a esplorare uno dei territori a lei più congeniali: quello della famiglia, delle sue crepe più nascoste e delle verità che si celano dietro una facciata di normalità.
Fulcro della storia è il passaggio di Paula dall’infanzia all’età adulta come perdita dell’innocenza. La sua ribellione adolescenziale, però, seppur scateni in lei una profonda irrequietezza impossibile da placare, resta comunque tutta interiore, non diventa mai spettacolare. Infatti la sua è una crisi fatta di piccoli gesti e di scelte quasi invisibili agli occhi ciechi degli adulti, che assumono però un significato enorme per una ragazza che sta cercando di capire chi vuole diventare a dispetto di quanto le è stato insegnato, spesso imposto. Impercettibili tentativi di emancipazione relegati nell’ombra, ma che se diventassero plateali potrebbero travolgere e sconvolgere la inflessibile impalcatura di consuetudini in cui ha compreso di trovarsi incastrata, ossia l’unica realtà che i genitori e la sorella sembrano accettare, in cui si muovono mesti e senza far rumore, privi di alcuna gioia.
La scrittura, poi, è dalla prima all’ultima pagina, nella scelta di ogni singola parola, quella inconfondibile di Vigdis Hjorth, che fa della ripetizione, a volte al limite della pedanteria, la sua cifra stilistica insieme all’introspezione.
L’autrice norvegese torna spesso sugli stessi pensieri, li osserva da angolazioni diverse, li ripercorre, li mette nuovamente in discussione. È uno stile che riproduce il funzionamento ossessivo della coscienza: quando qualcosa ci turba, non lo pensiamo una volta sola. Ci torniamo sopra. Lo analizziamo. Lo riformuliamo. Cerchiamo una spiegazione e poi la mettiamo in dubbio. E in “Quindici anni” questa tecnica assume una particolare coerenza perché Paula si trova precisamente in quel momento della vita in cui le domande sembrano moltiplicarsi all’infinito, e molto più velocemente di qualunque risposta sia possibile darsi.
“Quindici anni” di Vigdis Hjorth
Traduzione di Margherita Podestà Heir
14 Luglio 2026, Fazi
Pagine 192
Prezzo di copertina 18,00 euro / ebook 0,99 euro
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