Se la normalità è un concetto ormai superato, vero è che ogni coppia, per stare in piedi, deve costruirsi la propria. Al di là dell’amore, il matrimonio, in fondo non è proprio questo? Un patto tra due persone che stabiliscono tra loro delle regole, che riguardano anche compromessi e accettazione dell’altro, pregi e difetti, pacchetto tutto incluso. Un matrimonio regge finché è solido al suo interno, finché l’accordo viene rispettato.
Che cosa succede, però, se uno dei due decide di tirarsi fuori dal patto? Il più delle volte vuol dire dare inizio a una guerra. Se poi sono nati dei figli, è quasi certo che loro diventeranno il privilegiato strumento di battaglia.
Questo meccanismo che deflagra è ciò che racconta Alessandra Carati in “Atto di famiglia” (Neri Pozza): il penoso e crudele disfacimento di una famiglia in apparenza normale, un marito e una moglie che si fanno ciechi di fronte al bisogno di screditarsi e distruggersi l’un l’altra, e in mezzo la figlia, appena una bambina, destinata fin dalla nascita a essere oggetto di contesa.
La madre, infatti, non la voleva, era stato il padre a insistere, convinto che avrebbe dato maggior peso al loro rapporto. L’aveva cresciuta lui nei suoi primi mesi di vita, mentre la moglie lavorava molto lontano da casa, concentrata sulla carriera. Ma poi lei aveva ripreso le redini della situazione, com’era d’altronde sua abitudine, e credeva di esserci riuscita a riportare la bambina sulla giusta strada, ossia la propria.
Più la figlia cresceva, più la moglie si comportava come fosse una minaccia. Quando disegnava seduta al suo tavolino, le prendeva la mano e la guidava verso la forma che aveva in testa. La bambina, guardandola con occhi seri, si abbandonava all’imperiosità del gesto.
Di fronte alla scena, disarmato, taceva.
La bambina imparava come funzionavano le cose in famiglia.
Una bambina che si ritrova all’improvviso ad assistere inerme alla violenza verbale e fisica dei genitori tra le mura di casa. Il padre che ha deciso di andarsene perché non è più felice, non riesce più a sopportare una relazione monca. La madre che spende tutte le sue lacrime cercando di farlo ragionare, e gli mette le mani addosso. Alla parola separazione impazzisce.
Se mi lasci, scordati di vedere tua figlia.
Poi le udienze in tribunale, le contromisure sempre più drastiche messe in campo dai rispettivi avvocati, i consulenti di parte ed esterni, l’ausiliaria nominata dal giudice che sul lungo periodo deve incontrare entrambi da soli, e in presenza della piccola, sviscerare la situazione e fare rapporto. Quindi le accuse pesanti, di quelle che rientrano nello spettro dell’indicibile, ma che potrebbero avere un fondamento. E allora si rimesta nel marcio, vengono fuori registrazioni e foto. Si arriva a un possibile scandalo.
Il romanzo, suddiviso in quattro atti, nei primi due – “il padre”, “la madre” – mette in scena questa lotta all’ultimo sangue. Da un lato un uomo debole, che aveva creduto di trovare la sua forza, la propria dimensione, in una moglie sicura di sé, capace di guidarlo, e che adesso si ritrova a piangere in continuazione, distrutto e con la reputazione a rischio. Dall’altro una donna sopra le righe, che non accetta di perdere il controllo e ciò che ritiene le spetti di diritto, e che questa situazione ha ridotto ai limiti della follia. Due prospettive incattivite che guardano agli stessi fatti, spesso con una visione e un’interpretazione diametralmente opposte. Difficile capire da che parte penda l’ago della bilancia, chi sia il genitore capace. Come decidere chi ha ragione?
Alla figlia, rimasta nell’ombra, seppur fulcro e vittima della lotta, viene dedicato il terzo atto. Ormai è una ragazza, studia all’università. Della sua innocenza di bambina è rimasto poco o niente. Ha assorbito e mai assimilato ciò che ha dovuto subire anche negli anni dopo la fine del processo. La remissività del padre, la furia della madre, alla fine si sono riversati anche su di lei. Si è sentita abbandonata, troppe volte trasparente. Ma ha imparato a difendersi e a farsi furba.
Esercita il suo diritto al risarcimento, e se la madre sembra non accettarlo, per il padre è tacitamente doveroso.
Non è felice, anche se finge di esserlo, però si arrabbia perché nessuno vuole accorgersene. Non riesce a superare la sofferenza che continua a tenerla incatenata alla sua infanzia. Per andare avanti deve sapere se la sua memoria la inganna, per questo si rivolge all’avvocata del padre.
La donna la osserva, concentrata: quando non sappiamo a cosa credere, perché ci mancano degli elementi e la mancanza è insopportabile, quello che possiamo fare è decidere.
Quindi devo fingere di credere?
Non fingere, puoi scegliere a cosa credere. È una cosa che facciamo in continuazione.
Il quarto atto rivela “la donna” che la figlia è diventata.
In “Atto di famiglia” Alessandra Carati misura ogni parola, calcola i tempi, colpisce e affonda. Non c’è nulla di lasciato al caso in questo romanzo, duro e teso, nemmeno il senso di spaesamento che resta una volta che si è chiuso il libro, che è lo stesso provato dalla figlia, quando si rende conto che non esiste un’unica verità, nemmeno la propria.
Forse niente è reale. Forse ognuno si inventa la propria storia.
“Atto di famiglia” di Alessandra Carati
5 Maggio 2026, Neri Pozza
Pagine 171
Prezzo di copertina 18,00 euro
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