Il successo, nel mondo raccontato da Antonello Breggia, non fa rumore. Non arriva con una svolta improvvisa o con un colpo di fortuna plateale. Si costruisce lentamente, si rincorre per anni, e quando sembra finalmente vicino, può svanire nel giro di una decisione sbagliata. O peggio: di una decisione giusta presa nel momento sbagliato.
“L’effimera gloria di un numero zero” ( Baldini+Castoldi) si muove proprio su questo crinale sottile. Non è solo una storia di ambizione: è il ritratto di un uomo che si trova, forse per la prima volta, costretto a scegliere davvero chi essere.
Alberto Bresciani è il classico ingranaggio perfetto di una macchina che però non premia mai fino in fondo. Responsabile amministrativo della Diamond Spa, oltre cinquant’anni, una vita ordinata tra lavoro e famiglia, è il tipo di persona che tiene tutto in piedi senza mai essere celebrato. E proprio questa invisibilità, più che una condizione, diventa una ferita. Perché dopo anni di disciplina e lealtà, l’assenza di riconoscimento non è solo una delusione: è una crepa identitaria.
L’acquisizione della Diamond da parte di un fondo americano rappresenta il detonatore. Con l’arrivo del nuovo CEO, Donald Schollander, il sistema cambia pelle. Schollander è l’opposto di Bresciani: fisico imponente, presenza dominante, mentalità pragmatica e spietata. Dove uno vede regole, l’altro vede margini. Dove uno cerca stabilità, l’altro insegue il risultato.
Il loro confronto non è mai dichiaratamente frontale, ma attraversa tutto il romanzo come una tensione costante. Non è solo uno scontro tra due uomini, ma tra due visioni inconciliabili: l’integrità contro l’efficacia, la coerenza contro l’adattamento.
Breggia costruisce attorno a loro un ambiente credibile e riconoscibile, fatto di rivalità sottili, ambizioni trattenute e giochi di potere mai completamente esplicitati. Gli altri personaggi, dalla brillante Sara Riva alla calcolatrice Fabiola Conti, fino ai dirigenti pronti a difendere la propria posizione a ogni costo, non sono semplici comparse, ma tasselli di un sistema dove ognuno prova a restare a galla.
La svolta arriva con un evento improvviso, quasi beffardo, che spalanca a Bresciani la possibilità che ha sempre inseguito: diventare CFO. È il momento che dovrebbe sancire la sua rivincita. E invece è proprio lì che il romanzo cambia tono.
Perché la promozione non è un traguardo, ma un punto di rottura.
Il nodo centrale si stringe attorno a un problema finanziario tutt’altro che secondario: un buco da 30 milioni di euro legato a un contratto sui derivati mai dichiarato. E quando a Bresciani viene chiesto di “aggiustare” i numeri, il romanzo smette definitivamente di essere una storia di carriera e diventa una storia di coscienza.
Breggia non trasforma il protagonista in un eroe improvviso. Al contrario, lo mette in difficoltà, lo espone, lo costringe a confrontarsi con i propri limiti. Bresciani non è fatto per le zone grigie, e proprio per questo ci finisce dentro senza strumenti.
La narrazione privilegia l’interiorità rispetto all’azione. I momenti decisivi non sono quelli più spettacolari, ma quelli più silenziosi: una scelta rimandata, una verità taciuta, un compromesso accettato o rifiutato.
Alla fine questo romanzo lascia una domanda scomoda, di quelle che non si liquidano facilmente: quanto vale davvero arrivare, se per farlo bisogna diventare qualcun altro?
“L’effimera gloria di un numero zero” di Antonello Breggia
20 Febbraio 2026, Baldini+Castoldi
Pagine 192
Prezzo di copertina 19,00 euro
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