«Warren», gli dice, «ho qualcosa da dirti». Parla con attenzione, come se avesse fatto le prove. «Voglio chiederti di non essere precipitoso, di non affrettarti a mettere fine al nostro matrimonio. Perché tutti si sentono così, come se volessero andarsene, a volte».
Warren però ha deciso, non si tratta di una défaillance passeggera, e sembra che nulla possa farlo tornare indietro. Sente di non poter più stare con la moglie Janet, di non poter più condividere la sua vita con lei. Un tempo l’ha amata, in qualche modo probabilmente la ama ancora, non quanto però adesso, e forse da sempre, ama Sarah.
Sarah è “l’altra”, ma non un’altra qualunque. Lei e Warren stavano insieme da giovani, e quarant’anni dopo, ormai sessantenni, si sono rincontrati per caso in un teatro di New York.
«Sei sempre uguale».
Lei sorride, ma scuote la testa.
«Sai cosa intendo», dice lui. «Sì, gli occhi».
Un tempo erano così legati.
Ed è bastato uno sguardo, durante l’intervallo della Tosca, per ricucire tra loro quel legame così forte, che era stata Sarah a spezzare, convinta che Warren fosse il classico ragazzo che portava guai, così anticonformista rispetto a lei, alla sua educazione e al futuro che avrebbe voluto. Quanto si era sbagliata allora.
Col trascorrere dei mesi la loro relazione matura e travolgente si intensifica, si consolida, e mentre i decenni delle loro rispettive esistenze prendono forma intorno al presente che stanno condividendo, Sarah capisce che la donna che è diventata oggi è disposta a concedersi una nuova possibilità di amare, mentre lui è sempre più convinto che per nulla al mondo potrà di nuovo rinunciare a lei.
Il modo in cui decidono di portare avanti ciò che stanno costruendo insieme, però, rivela un importante disequilibrio. Il passo successivo per concretizzare ciò che vorrebbero essere come coppia, li vede procedere su due diverse lunghezze d’onda.
Sarah è cauta, consapevole, realista. Anni prima ha voluto divorziare da un marito deludente, quella parentesi dolorosa della sua vita è chiusa e i suoi due figli, ormai grandi e autonomi, l’hanno ormai assolta. La maggiore più a fatica. Ancora percepisce la distanza di Meg, per questo sta tentando un timido riavvicinamento. Vuole dimostrarsi diversa dalla madre che ha avuto lei. Poi Sarah ha i suoi interessi, la sua passione per l’arte che è stata la sua professione, una bucolica casa che adora nella periferia newyorkese, dove ad aspettarla c’è il suo cane Bella. È, di fatto, una donna libera e indipendente, che ha imparato a bastare a se stessa.
Warren, che vive e lavora come architetto a Boston, è invece ancora un uomo sposato, ed è l’impeto a sospingerlo fisicamente e mentalmente lontano dal suo matrimonio. Ma se lui ha deciso di andarsene, di lasciare una moglie che ha smesso di riconoscere e quelle mura domestiche che tanto lo opprimono, di porre fine all’infelicità che ha scoperto attanagliarlo da quando ha capito di non voler altro che Sarah, Janet, e soprattutto la giovane figlia Kat, non sono disposte ad accettarlo.
«Per favore, non farlo, papà», dice lei, continuando a piangere, la voce bassa e roca. «Non l’hai ancora fatto. Non farlo e basta. Non farlo».
«Kattie», dice lui, cercando di calmarla.
«Non farlo e basta. Ci ucciderai. Ucciderai la nostra famiglia».
La scelta della parola è scioccante. Va oltre tutto ciò che Warren avrebbe potuto immaginare.
“Uccidere”. Una parola che si trasforma in ricatto e in condanna. Kat non vuole sentire ragioni, è determinata, intransigente, spietata: se il padre divorzierà dalla madre, divorzierà anche da lei. Distruggerà la famiglia e avrà perso per sempre sua figlia.
Di fronte a un bivio del tutto inaspettato, per lui straziante ma inevitabile, unico responsabile di una decisione che segnerà da un lato il destino di Sarah, dall’altro quello di Janet e Kat, Warren dovrà compiere la sua scelta: vivere senza più remore il grande amore della sua vita ed essere felice, oppure mantenere il suo giuramento come marito e padre, continuando a onorare i suoi obblighi morali, seppur nell’infelicità, sperando in un perdono. Andarsene o restare?
Il nuovo romanzo di Roxana Robinson, “Andarsene”, pubblicato in Italia da Fazi (traduzione di Enrica Budetta), sull’onda di un’appassionante storia d’amore e di seconde possibilità d’amare e di essere felici a qualsiasi età, sfocia in un’onesta e struggente riflessione sui rapporti familiari nei momenti di crisi e dolore, di rottura. In particolare l’autrice porta a galla e scandaglia con una sincerità quasi destabilizzante le responsabilità e le conseguenze, il senso di colpa e del dovere verso i figli da parte dei genitori quando sono quest’ultimi a provocare lo strappo. E le reazioni dei figli rispetto a ciò che si aspettano dai genitori in quanto tali, a prescindere da ciò che provano e desiderano realmente.
Dopo essere arrivati allo sconvolgente finale di questa intensa lettura, è comunque difficile schierarsi, stabilire chi ha torto e chi ragione, il comportamento corretto e quello sbagliato degli uni e degli altri. E mentre si percepisce il peso dell’irragionevolezza causata dalla forza dei sentimenti fare da contraltare all’esigenza che venga rispettata una precisa condotta morale, viene da domandarsi se da certe situazioni, quando si cerca a ogni costo di rimettere insieme i cocci di una famiglia, non ne escano tutti, ciascuno a modo proprio, sconfitti.
“Andarsene” di Roxana Robinson
Traduzione di Enrica Budetta
13 Gennaio 2026, Fazi Editore
Pagine 396
Prezzo di copertina 19,00 euro
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