In “Onesto”, ultimo romanzo di Francesco Vidotto, pubblicato da Bompiani, l’autore si fa tramite di una storia poetica e potente ambientata tra le sue Dolomiti, nella Valle di Cadore, vestendo egli stesso i panni di personaggio.
È una notte di fine ottobre del 2018 sconquassata dalla tempesta Vaia che sta flagellando il Triveneto, quando Francesco offre riparo a un anziano che proprio di fronte a casa sua è in balia delle raffiche di vento. Si tratta di Guido Contin detto Cognac, ed è lui ad ammetterlo: “c’è sempre un buon motivo per un soprannome”.
Di quest’uomo solitario che vive in casello ferroviario dismesso, Francesco ha sentito spesso parlare in paese, ma non lo conosce di persona. E ora lo osserva aggirarsi curioso per il suo salotto riscaldato dal camino acceso, finché lo sguardo di quel signore barbuto un po’ sciancato e nodoso, che deve ormai avere un centinaio di anni, non si fissa su una fotografia. È una piccola immagine in bianco e nero che ritrae una bella ragazza. Francesco l’ha trovata al riparo di alcune rocce sull’Antelao durante una delle sue arrampicate. Ha deciso di portarla via con sé e di incorniciarla in un ferro di cavallo arrugginito, però non ha idea di chi sia. Guido Contin detto Cognac, invece, pare saperlo molto bene: Celeste. “La moglie di Santo e la cognata di Onesto, suo fratello”.
Inizia da questa fotografia e da una cassettina di betulla – il bene più prezioso che il vecchio possiede, oltre alla sua dentiera – il racconto della vita di Onesto, del gemello Santo, e della donna che entrambi amavano, Celeste. Un racconto che Francesco scopre e avidamente legge per se stesso, ma anche per Guido Contin, in un plico di fogli ingialliti dal tempo che quest’ultimo gli consegna a più riprese, un incontro dopo l’altro. Sono lettere, tutte recanti la stessa firma, ognuna contenuta in una busta affrancata e indirizzata non a una persona, ma a una montagna.
In dialetto stretto e con un corsivo maldestro ma educato, “Onesto scriveva alle montagne. Solamente a loro riusciva a dire quel che aveva nel cuore.”
Lunghe missive destinate di volta in volta al caro Picco Roda, al dolce Rite, all’amica Bianca, all’altissimo Antelao, alla solitaria Cima Una, al sereno Ciareido, ai pacifici Spalti di Toro, allo sconosciuto Adamello.
Per un attimo immaginai Onesto e la montagna scrutarsi in un duetto di sguardi, poi la penna toccare il foglio e le parole scivolare giù.
A snodarsi e intrecciarsi lungo le datate pagine, i destini di tre bambini che si incontrano a causa della fame e grazie a un cavolo “cappuccio avvelenato”, e insieme diventano ragazzi, quindi adulti. Un monologo epistolare che ha inizio quando il piccolo Onesto, rapito che era ancora in fasce, si ricongiunge con la madre e il fratellino, per passare alle vicende di una giovinezza aspra e al contempo spensierata, segnata dalla scoperta dell’amicizia e del cuore a cui non si comanda, arrivare fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale in un Cadore stremato e decimato, e poi spingersi ancora oltre.
Quelle narrate da Onesto sono storie che restituiscono come un qualcosa di normale e necessario, che va preso e accettato così com’è, la durezza della vita di chi doveva tirare avanti ai piedi delle alte vette. Una vita povera spesso ai limiti della miseria, fatta di quelle fatiche che induriscono corpo e anima, di continue privazioni, di compromessi per la sopravvivenza, di inaudite violenze subite. Una durezza che nel racconto tramandato da Onesto parla anche di coraggio, di sacrificio, di onestà, del bisogno di libertà da conquistarsi e da concedere, perché bisogna anche imparare a lasciare andare. “Alle volte, per trovare la libertà, bisogna perderla”. E su tutto vigila la natura, con le sue impervie e inscalfibili montagne lambite da una boscaglia antica, alle volte irrequieta altre timida, le cui chiome e i cui colori scandiscono stagioni e umori.
Il romanzo di Francesco Vidotto è però, e soprattutto, la struggente storia di un grande amore, quello di Onesto per Celeste, che fin da subito si rivela tanto travolgente quanto inconfessabile, facendosi esempio di una dolorosa, stupefacente fedeltà di intenti e d’animo.
Lei piaceva a mio fratello e io non ci potevo nemmeno pensare di dargli un dolore, che già lo avevo perduto una volta.
Capitava però che mi si avvicinasse o mi poggiasse una mano sul braccio o accostasse il suo viso al mio per parlarmi all’orecchio.
Quando succedeva i miei pensieri si emozionavano.
Badavo però di non incrociare i suoi occhi.
Gli sguardi, alle volte, sono frasi.
Così l’ascoltavo, rispondevo alla svelta e poi mi allontanavo senza darle troppa confidenza. Che fatica.
Quando invece era indaffarata in altre faccende, allora mi fermavo e me la rubavo con gli occhi.
Le guardavo la bocca, il naso, le mani, i capelli.
La guardavo e sognavo.
E quel sogno mi bastava.
Con una scrittura la cui semplicità a tratti lirica ammaglia pagina dopo pagina, Vidotto ha narrato una storia di montagne, uomini e amore che affascina, commuove e ti resta dentro, dove tra tutte c’è una figura che colpisce, solo all’apparenza marginale, ma che in realtà è il vero collante tra passato e presente, tra i protagonisti e l’autore, portavoce del racconto: Guido Contin detto Cognac.
Muoveva la barba e i baffi come se masticasse memoria.
Perché lui, in questo romanzo, è la memoria.
“Onesto” di Francesco Vidotto
2 Gennaio 2025, Bompiani
Pagine 256
Prezzo di copertina 19,00 euro
