Proprietà degenerative della materia e altre catastrofi | Alessandro Genovese

Con caustica ironia e maestria stilistica, Alessandro Genovese dà vita a un’efficace quanto poco edificante metafora delle umane debolezze della nostra contemporaneità. Un tragicomico e surreale romanzo d’esordio, che fa ridere e riflettere

Scritto da Carlotta Pistone
genovese

Palmiro Garcia Parra è un uomo qualunque, tanto ordinario da poterlo definire palesemente banale. A parte il naso prominente, che ben lo caratterizza sul fronte estetico, disturbandolo non poco, e qualche paranoia di troppo, non c’è nulla di nulla che potrebbe elevarlo al di sopra della mediocrità. È un uomo solo, schivo, che passa inosservato, e a lui è sempre andata bene così.

Vive in una via qualsiasi delle Ramblas di Barcellona, in un piccolo appartamento di proprietà, funzionale ma spartano. Tutti i giorni, come un automa, svolge il suo dignitoso lavoro d’ufficio, senza deludere nessuno e senza aspirazione alcuna. Non ha parenti né amici. Al massimo scambia due forzate battute con gli altri inquilini del suo palazzo, mal celando un profondo – e reciproco – astio verso il detestabile dirimpettaio, il Molina, con il quale va avanti a suon di dispetti, e si è preso una inconsapevole cotta per l’austera portinaia, Pilar, che pare non disdegni, ma lui sembra non accorgersene.

Palmiro Garcia Parra è il protagonista del tragicomico romanzo d’esordio di Alessandro Genovese, pubblicato da Edizioni Effetto. E come si scopre – e ci tocca ammettere – leggendo “Proprietà degenerative della materia e altre catastrofi”, nelle sue evoluzioni e involuzioni, Palmiro ha qualcosa di ciascuno di noi. O meglio: tutti noi, in fondo, siamo un po’ Palmiro.

Ma cominciamo dal principio…

Caustica – ed efficace – metafora delle umane debolezze della nostra contemporaneità, la storia intessuta con maestria narrativa e stilistica da Genovese è innegabilmente surreale, e lo si capisce fin dalle prime pagine.

Il libro inizia così:

«Ho qualcosa che non va.» Con queste poche parole Palmiro Garcia Parra avrebbe espresso il malessere che lo sorprese nel letto alle prime luci dell’alba di quel 14 marzo. Ma per qualche oscuro motivo, il pensiero gli rimase incagliato nel complesso meccanismo della laringe e non si tradusse in sonorità vocale.

È giusto precisarlo subito: Palmiro non è destinato a trasformarsi in kafkiano insetto o simili, ma quello che avverte e che peggiora nelle ore e righe successive, con tanto di plateale svenimento in autobus, non è un malessere frutto della sua immaginazione. Palmiro non ha più lo stomaco. Si tasta la pancia e lì, dove l’organo dovrebbe dimorare di diritto, trova un’inquietante conca.

Caso vuole che alla scena abbia assistito l’affascinante Tebaldo: lui conosce il male di Palmiro, non poi così raro ma di certo pericolosissimo, e da magnanime e luciferino benefattore (salvatore?) gli indica la cura, l’unica possibile.

Potrebbe essere un inganno, però non è così. Perché la cura esiste: ha la forma di sfera, il nome di elemento chimico e la soluzione nello stravagante Maxìm, una sorta di pusher di questi stupefacenti rimedi materici, per la precisione “specialista nella cura delle degenerazioni implosive dell’organismo”.

Il nostro disperato protagonista lo trova, fa il suo – primo di tanti – vitale e costoso acquisto, e guarisce.

Di nuovo con lo stomaco funzionante al suo posto, all’apparenza in forma, Palmiro ricomincia quindi a condurre la propria normalissima vita e la storia potrebbe concludersi qui. Invece…

Invece è a questo punto che, innescato il meccanismo, inizia per lui una irrefrenabile rincorsa verso il desiderio di “possesso” che, in cambio di effimeri picchi di benessere, piacere e completezza, lo farà inesorabilmente scivolare in un oscuro baratro di bassezze e di miseria, dell’intelletto, dei sentimenti e del portafogli.

Insomma, in questa sua parabola discendente, a Palmiro ne succederanno di tutti i colori, catastrofi che gli accadono, certo, ma che lui ci si impegna pure parecchio a far accadere, ormai irrazionale prigioniero di un altalenante stato di estesi, assuefazione e privazione.

Perché alla fine, spesso, ciò che succede a voler tutto, è che si rimane con niente.

Scritto con una sapiente vena ironica, che sfocia nel grottesco, toccando punte di vera e propria comicità, “Proprietà degenerative della materia e altre catastrofi” è un romanzo che apre le porte a diverse riflessioni. La narrazione, certo, ruota attorno a uno sfrenato materialismo che, come Palmiro insegna, può portare a scriteriate imprese e a deleterie conseguenze. Ma se Palmiro vuole incarnare il sempre più schiacciante bisogno di ‘inutili necessità’ di cui tutti siamo ormai succubi, Genovese racchiude in lui, nella sua esistenza e nelle sue ‘catastrofi’, anche il profondo senso di solitudine, insoddisfazione, inettitudine e povertà interiore, insomma, di decadenza, che permea e inevitabilmente influenza il vivere nell’odierna società, causa ed effetto del nostro voler essere ciò che non siamo, del desiderare ciò che non abbiamo, della nostra alienazione e metamorfosi nei primi sabotatori di noi stessi.

Leggi anche la nostra intervista all’autore
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“Proprietà degenerative della materia e altre catastrofi” di Alessandro Genovese
1 Dicembre 2019, Edizioni Effetto
Pagine 198
Prezzo di copertina 15,00 euro

 

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