“Mai stati innocenti”: Valeria Gargiullo ci racconta il suo romanzo d’esordio

Scritto da Carlotta Pistone
gargiullo

Ci sono luoghi da cui ci si riesce a ‘salvare’, ma che non vanno dimenticati. Bisogna raccontarli, nella loro più profonda crudezza. È quello che ha fatto Valeria Gargiullo con il suo romanzo d’esordio “Mai stati innocenti” (Salani). E oggi è lei a parlarcene.

Campo dell’oro, periferia popolare di Civitavecchia, un posto dove non è facile vivere dignitosamente, dove anche sopravvivere non è poi così scontato. Per tanti motivi. Ed è a Campo dell’oro che Anna e Simone sono nati e cresciuti. Anna, però, sta per andarsene. Ad attenderla Milano, l’università, la salvezza. Lei ama i libri, ama studiare, in mano ha già un biglietto del treno e una borsa di studio. Quella vita lontano dalle brutture della periferia se l’è guadagnata, se la merita. Invece in quelle brutture ci si ritrova all’improvviso immersa, diventandone reticente ma diretta complice. Perché il fratellino Simone, che la sua partenza l’ha presa come un ‘tradimento’, come un altro abbandono, è entrato nella crudele banda dei Sorci. E Anna ha deciso di seguirlo, per proteggerlo.

Con la scrittura dura e consapevole di chi certi luoghi li ha vissuti sulla propria pelle, Valeria Gargiullo ha esordito nella narrativa italiana dando voce a una giovane protagonista che, a un passo dal proprio riscatto, precipita in un baratro in nome di uno degli amori più forti che esistano: quello tra fratelli. Ma con “Mai stati innocenti”, Valeria dà voce anche alla cruda realtà di una periferia che, come tante altre, è importante raccontare e non dimenticare.

E ora lasciamo la parola a Valeria Gargiullo che ci parla del suo romanzo d’esordio “Mai stati innocenti” (Salani).

  • Con il tuo esordio hai fatto emergere e sollevato questioni importanti che riguardano i giovani di oggi (e non solo). In che modo “Mai stati innocenti” vuole essere una denuncia sociale e quando è nata in te l’urgenza di mettere nero su bianco questa storia?

Sui social si discute di un fatto per un periodo, ci si indigna (mi vengono in mente le donne dell’Afghanistan, qualcuno ne ha più scritto?), poi il mondo volta pagina. Non è del tutto sbagliato, in fondo ognuno ha la propria vita a cui pensare. Ho notato però che c’è una tendenza a dimenticarsi in fretta degli altri. Ecco, vorrei spezzare la ciclicità delle denunce sociali, almeno per quanto riguarda la mia terra. Non è che se si parla di un determinato argomento per un paio di giorni la situazione migliora, le bollette a fine mese vanno pagate lo stesso. Per apportare dei cambiamenti concreti si dovrebbe abbracciare la periferia nel nostro quotidiano, non soltanto attraverso le uniche notizie trapelate dalla cronaca nera. In periferia ci sentiamo dimenticati, esposti alle brutalità della vita. Non c’è controllo, ci si arrangia con quello che si ha. Per questo ho dovuto esorcizzare Campo dell’oro – esporlo in un romanzo non solo per denunciare il degrado e la povertà, ma anche per aiutarlo.
L’urgenza penso ci sia sempre stata. È emersa del tutto nel 2017 alla Palomar, grazie all’aiuto di Mattia Signorini.

  • Campo dell’oro, con Anna e Simone, è protagonista del tuo romanzo. In che rapporto sei rimasta con quella periferia in cui sei cresciuta e da cui ti sei ‘salvata’? Chi e cosa hai lasciato là?

Campo dell’oro non l’ho mai abbandonato veramente, lui è dentro di me – i belli e i brutti ricordi, la povertà e quella fame insaziabile. Quando torno a casa – perché dopo anni lo dico: è casa mia – provo un enorme struggimento per ciò che è stato e non è stato, il profumo robusto del pane e della verdura che si sprigiona dal piccolo mercato, il mare cristallino d’inverno, le nespole acerbe pescate dagli alberi. Ho scoperto che esiste una parola portoghese per questa nostalgia: saudade, anche Tabucchi la usava. Al quartiere ho lasciato mia madre e mio fratello, non hanno voluto seguirmi. Accetto la loro scelta, a malincuore, ma ho imparato che quando ami davvero lasci andare.

  • E a proposito di salvarsi da un luogo che per tanti rappresenta una gabbia, da cui sembra impossibile andarsene o in cui si vuole restare, che ruolo hanno avuto per te i libri, lo studio e la scrittura stessa?
gargiullo

Valeria Gargiullo

La scrittura, i libri, ma soprattutto lo studio mi hanno aiutata a non macchiarmi, a non cedere alla vigliaccheria. Nei romanzi cercavo chi non trovavo nella vita reale, è stata la mia consolazione per anni, ma ora mi rendo conto sia un problema. Idealizzare qualcuno in carne e ossa come se provenisse da un romanzo o da una canzone ti distacca dalla realtà, da ciò che conta sul serio. Lo studio invece non mi ha mai tradita. Sono una persona estremamente curiosa: la conoscenza mi appaga. Per quanto riguarda la scrittura, è il mio processo di guarigione. Scrivere è come urlare, ma in silenzio, e se non scrivo è un torto che faccio a me stessa.

  • Anna, protagonista e voce narrante di “Mai stati innocenti”, è un personaggio molto forte, dal punto di vista narrativo e umano, lo si capisce fin dalle prime battute e lo dimostra in tutto il romanzo. È tosta Anna. Tu hai messo del tuo in lei, ma non sei tu, giusto? Cosa hai provato per la tua protagonista mentre ne raccontavi la storia? E cosa provi ora, a libro concluso?

Mi somiglia, ma no, non è me. Abbiamo dei tratti in comune – entrambe scriviamo lettere, solo che Anna ha avuto il coraggio di spedirla la sua, io no –, la considero un’amica, ho sofferto, ho tifato per lei, ho accolto e compreso la sua rabbia, il desiderio di riscatto. Ho voluto creare una donna forte, perché di donne forti la mia vita ne è stata pregna: mia madre e mia nonna, che mi hanno insegnato a non abbassare mai la testa. In fondo Anna non ha peli sulla lingua: te lo dice che le donne picchiano, si arrabbiano, urlano, provano piacere come gli uomini, questo però non vuol dire rinunciare alla propria femminilità.

  • Sarebbe davvero interessante approfondire i tanti personaggi che popolano il tuo romanzo, ma contando la sua recentissima uscita, rischieremmo di svelare troppo… ce n’è uno, però, su cui vorrei farti una domanda: Giancarlo, il capo dei Sorci e il peggior nemico di Anna. Quanto è stato impegnativo – soprattutto a livello psicologico – scrivere di lui?

Giancarlo è uno dei miei preferiti, assieme a Lorenzo. Scriverlo è stato impegnativo, certo, ma mi ha divertita. C’erano momenti in cui l’ho odiato, però sono restata fedele al personaggio. Rispecchia l’opposto di Anna: chi rimane e si lascia corrompere dal male, può diventare un non-morto come Giancarlo.

  • Questa storia ti tocca da vicino e sono tanti gli importanti messaggi che attraverso di essa hai voluto trasmettere. Quanta emozione stai provando e che aspettative/speranze hai per il tuo esordio?

L’idea che il libro possa piacere alle persone è un sogno bellissimo. Quando scrivi non ci pensi agli altri, butti giù le idee, la scaletta e lavori alla storia. I messaggi importanti lo raccontano i personaggi, sono sulle loro labbra. Non voglio crearmi aspettative, né false speranze per l’esordio. Prendo ciò che mi arriva, questa è la forma di gratitudine più sincera che conosco.

  • Il tuo percorso nel mondo della scrittura ha basi concrete. Insomma, sei un’esordiente ma non ti sei inventata autrice dell’oggi al domani, e questo è evidente. Quindi, quali consigli ti sentiresti di dare a chi è alle prese con la stesura – o il tentativo di pubblicazione – del proprio primo romanzo?

Credo che ogni lavoro abbia bisogno della sua preparazione. Perciò per cominciare consiglio una scuola di scrittura creativa. Alla Scuola Palomar di Mattia Signorini, a Rovigo, ho ricevuto gli strumenti giusti per imparare a costruire una storia. Se non ci fosse stata la sua supervisione paziente e saggia, non sarei qua oggi. Mi dispiace vedere tanti scrittori e scrittrici emergenti che non prendono in considerazione la formazione. Insomma, io non andrei mai da un fantomatico dentista per farmi curare una carie, ma da uno che ha studiato anni, ha investito nell’apprendimento. Abbiamo questa cattiva abitudine nel sottovalutare le professioni intellettuali, invece dovremmo saperci affidare alle persone che lavorano nel mondo dell’editoria.

  • Infine… hai già nuovi progetti letterari in cantiere?

Al momento sto coccolando “Mai stati innocenti”: da poche settimane ha mosso i suoi primi passi. Di idee ne ho tante, vedremo cosa riserverà il futuro. Per ora preferisco dedicarmi al mio primogenito.

“Mai stati innocenti” di Valeria Gargiullo
20 Gennaio 2022, Salani
Pagine 336
Prezzo di copertina 16,00 euro

Leggi anche

Lascia un commento

* Ho letto e accettato la Privacy Policy

Questo sito utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza. Daremo per scontato che tu sia d'accordo, ma puoi annullare l'iscrizione se lo desideri. Accetto Leggi di più

Privacy & Cookies Policy