“Tutto il bene, tutto il male”: Carola Carulli e il suo esordio letterario

Scritto da Carlotta Pistone

La complessità del rapporto ‘madre-figlia’ al centro del romanzo d’esordio della giornalista Carola Carulli che, con “Tutto il bene, tutto il male” (Salani), racconta un legame profondo ed elettivo, quello tra Sveva e Alma, nipote e zia, insieme alle loro ferite e e alle loro cicatrici

Leggere “Tutto il bene, tutto il male” vuol dire immergersi in un legame speciale, quello che unisce Sveva e Alma, nipote e zia. Quasi figlia e madre.

In una famiglia disfunzionale, loro si distinguono per l’animo ribelle, sono le ‘strambe’, quelle che hanno deciso di trovare una propria forma di felicità il più possibile lontano dai conformismi. Insieme, cercano di lenire e colmare il vuoto di una profonda mancanza che ha segnato la vita di entrambe. E mentre Sveva racconta la storia della zia, piano piano rivela anche la sua.

Carola Carulli, giornalista Rai che per lavoro si occupa di libri altrui (“Achab” e “Tg2 Weekend” sono due sue famose rubriche), è passata dalla parte degli autori con un romanzo che parla di maternità e di crescita interiore. Un esordio che tocca le corde dell’anima, anche grazie a una scrittura intima, delicata e potente al contempo, che invita il lettore a entrare in punta di piedi in un rapporto elettivo, quello tra le sue due protagoniste, che poi finisce per coinvolgere completamente.

Ma ora lasciamo la parola all’autrice, Carola Carulli:

  • Carola, per cominciare, direi che non c’è modo migliore che partire dall’inizio, da quelle prime parole che il lettore legge del tuo romanzo: “Tutto il bene, tutto il male”. Un titolo evocativo e potente. Ci spieghi qual è il suo senso nella tua storia?

Carola Carulli – Foto © Adriana Abbrescia

Racconto di tutto il bene e tutto il male che possono farci le famiglie, soprattutto quelle che non ci scegliamo. Racconto di luci che diventano ombre, di mancanze e strappi che ci portiamo dietro tutta la vita, finché arriva qualcuno a mostrarceli.

Nel mio caso è Alma, la protagonista indiretta del libro, a donare a Sveva, sua nipote, la forza e il coraggio per cercare una qualche forma di felicità.

  • Sveva e Alma stanno vivendo fasi diverse delle loro vite, ma a unirle sono appunto quelle mancanze, ferite, necessità che hanno bisogno di trovare una risoluzione. Alma, in particolare, è una figura stupenda, sotto molti aspetti… 

Alma e Sveva hanno un legame profondissimo che si sono scelte. Entrambe sono cresciute con madri che non le hanno davvero volute e Alma rivede in Sveva la ragazzina che è stata. Sveva è la voce narrante del romanzo, una ragazza di venti anni che deve costruirsi e ricostruirsi, affrontare verità difficili da accettare. Alma, a sua volta una donna piena di fragilità, riesce però a trarre dal buio la luce. Alma sente tutto, le cose e le persone, ha doti da sensitiva ereditate da sua nonna, laddove essere sensitiva significa anche essere empatica. Sa ascoltare gli altri, infilandosi nelle loro ferite, per guarirle in un modo tutto suo. E guarendo loro, un po’ guarisce anche se stessa.

  • E tu, dopo che hai finito di scrivere il libro, in che rapporto sei rimasta con Sveva e Alma?

Io tengo ancora strette le loro mani. Non mi lasciano andare ancora, sento che vivono dentro di me e dentro le persone che stanno leggendo il libro.

La magia delle storie, quelle che leggi e quelle che scrivi, ti entra dentro e fa parte di te per tutta la vita.

  • “Tutto il bene, tutto il male” è un romanzo indubbiamente declinato al femminile, ma ci sono anche figure maschili determinanti, nel bene e nel male. Si parla tanto di padri. E poi c’è un amore…

Gli uomini, in questo libro, sono la corda che ho teso alle mie protagoniste. Ci sono uomini narcisi, padri assenti e padri soli e fortissimi. Il padre di Alma è l’amore più grande, è l’amore per eccellenza, quello che dona e mai prende, mai giudica. Cresce da solo Alma e con lei ha un legame indissolubile. La moglie lo ha lasciato molto presto, ha cresciuto la figlia da solo e per lei ha vissuto tutta la vita. Il padre di Sveva è l’opposto, non c’è mai stato. Ha solo distrutto, mentre Emanuele ha solo costruito. Tommaso è il grande amore di Alma, un uomo che vive nel mare, che somiglia al mare. Saranno isole vicine, unite da un ponte fortissimo. Molto lontani, molto vicini. Si amano così e questo li renderà immortali. Quando nasce Leyla tutto sembra destinato a cambiare, e invece tutto torna nel posto in cui deve stare.

  • Tu hai una splendida bimba, Penelope. Essere mamma ti ha aiutata ad affrontare in modo così intenso le complesse dinamiche madre-figlia del tuo romanzo?

Se non fossi stata madre probabilmente avrei scritto una storia diversa. Ho raccontato ciò che ho conosciuto della maternità. Che non è mai facile e perfetta come ci raccontano, è il viaggio più complesso della nostra vita. Mettiamo al mondo creature piccole che sono già piccole persone, abbiamo il dovere di prenderle per mano per accompagnarci insieme. Non si diventa madri quando si partorisce, ho scritto nel romanzo, accade molto tempo dopo. Per me è stato così. Quando tuo figlio cade e si sbuccia un ginocchio e i suoi occhi implorano il tuo aiuto, in quei primi sguardi, in quelle prime cadute, ho capito cosa volesse dire essere madre, anche se lo ero già diventata da tempo.

  • Come scrivi tu stessa nei “Ringraziamenti”, il periodo del lockdown è stato determinante per la stesura di quello che è poi diventato “Tutto il bene, tutto il male”. Cosa ti ha portato a riprendere in mano il tuo manoscritto?

Una sera, durante il lockdown, ho riaperto il mio computer. C’era un cartella word che avevo scritto tanto tempo prima e messo da parte. Si trattava di poche pagine. Quella cartella si chiamava “Alma”. Lei mi ha preso per mano e mi ha detto: “Adesso racconta di me…”.

Insieme a lei sono arrivati Sveva, Dafne, Emanuele e tutti gli altri. Si sono messi d’accordo e io mi sono lasciata prendere. Erano tutti uniti da qualcosa di rotto, da mancanze nascoste. E facendoli incontrare li ho fatti guarire. Io mi spaccavo e loro si aggiustavano.

  • Il tuo lavoro di giornalista consiste nel parlare dei libri degli altri. Come si sta nella veste di autrice? E come stai vivendo questo esordio letterario?

Il mio lavoro, che amo moltissimo, mi ha insegnato a stare dall’altra parte, a mettermi accanto a chi intervisto. Ho sempre cercato il cuore dell’altro. Appena uscito il mio libro, è stato strano essere intervistata, però ho scoperto un nuovo mondo. Ho scoperto la gratitudine e la bellezza dei rapporti umani. Scrivere porta anche a conoscere meglio il mondo in cui vivi. Perché comprendi come risponde e questo è davvero molto molto interessante.

Ci sono tante persone che si stanno riconoscendo nella storia che ho scritto, siamo molto più ‘rasi al suolo’ di quanto pensiamo. Ho cercato di essere onesta e di narrare altre verità. E i lettori lo hanno capito bene.

  • E visto che sei una esordiente, almeno per quanto riguarda la scrittura narrativa, hai qualche consiglio da dare a chi è alle prese con il proprio primo libro?

Il mio consiglio a chi sta scrivendo un libro? Di non mollare, di affidarsi a una casa editrice seria, ad agenti letterari pronti a scovare nuovi autori. Ce ne sono tanti.

E di rincorrere i loro sogni, soprattutto se sono grandi e difficili.

 

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